Lo sviluppo dell’Africa è stato a lungo ostacolato da politiche occidentali anti-sviluppo che hanno scoraggiato industrializzazione, infrastrutture ed energia a basso costo, favorendo invece aiuti economici che hanno generato dipendenza, corruzione e assenza di crescita reale. Come evidenziato dall’economista africana Dambisa Moyo, decenni di assistenzialismo non hanno ridotto la povertà, ma l’hanno aggravata.
Mentre Europa e Stati Uniti hanno promosso una visione ideologica contraria ai combustibili fossili e agli investimenti produttivi, la Cina, l’India e altri paesi emergenti hanno sostenuto lo sviluppo africano con infrastrutture concrete: strade, porti, dighe, centrali elettriche e industrie. Proprio questi investimenti hanno avviato una fase di crescita economica sostenuta in molti paesi africani, con miglioramenti significativi anche in indicatori sociali come aspettativa di vita, mortalità infantile e calo della natalità.
Il ritardo africano non è spiegabile solo con il colonialismo, ma soprattutto con l’adozione post-indipendenza di modelli economici statalisti e autarchici, rivelatisi fallimentari, a differenza di quanto accaduto in Asia, dove l’apertura al mercato e al commercio internazionale ha prodotto una crescita senza precedenti.
Oggi l’Africa rappresenta la regione con il più alto potenziale di sviluppo, perché si trova nella fase iniziale del percorso verso il benessere. Per rendere questa crescita più rapida e sostenibile servono energia affidabile ed economica, infrastrutture moderne, sicurezza, apertura agli investimenti esteri e tecnologie efficienti, senza imporre vincoli ideologici ambientali che i paesi sviluppati non hanno rispettato nel proprio percorso di crescita.
In sintesi, lo sviluppo dell’Africa non richiede più redistribuzione, ma le stesse condizioni che hanno permesso ad altri continenti di uscire dalla povertà: crescita economica, produttività, modernizzazione e integrazione nei mercati globali.
